martedì, 21 aprile 2009

Il 19 aprile del 2009, il tempo si è come ripiegato su se stesso per una manciata di secondi, trasformando il mondo in un'infinita sovrapposizione d'immagini, simili ad una struttura stratiforme composta di fotogrammi rubati alla realtà.
Passato quasi completamente inosservato, la sola cosa chiara è che l'evento ha visto il suo elemento scatenante nella morte di James Graham Ballard.

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categoria:addio mr ballard
martedì, 10 febbraio 2009

Nota introduttiva:

La cosa più strana del raccontare una storia come quella di Ed, è il rendersi conto che nessuno potrà mai credere che questa sia stata, è e sarà, un fatto vero e reale, tangibile nella propria stravaganza perché palesemente figlia della nostra epoca scriteriata.


Dubbi pomeridiani:

A suo tempo (non chiedetemi di preciso quando, giacché non è né rilevante né a portata della mia memoria), ricordo che Ed mi fece notare, non senza una certa tranquilla rassegnazione, quanto la nostra percezione della realtà sia fallacia e soggetta al caso.
    Per rendermi partecipe del suo ragionamento, egli prese ad esempio il dualismo scrittore-scritto”.
     A detta di Ed, la sicurezza con la quale noi affermiamo che lo scrittore è l'autore dello scritto, è solo un'osservazione indotta dal fatto che sulla copertina di un testo, posto proprio sopra al titolo, ci sia un nome. Eppure, è indiscutibile che per la stragrande maggioranza dei lettori, quello, in realtà, non è nulla più che una sequenza di lettere, dietro le quali non c'è necessariamente un individuo reale e tangibile più del contenuto stesso dello scritto.
     Se ciò non fosse sufficiente, egli aggiungeva che nel leggere un romanzo, i personaggi ivi descritti, assumevano nella nostra mente e ai nostri occhi avidi di parole, una consistenza e una
vita che lo stesso autore dell'opera di rado avrebbe potuto vantare.
    <<Pensa a quel gioiello della letteratura che è “Orgoglio e Pregiudizio”>> mi disse pacatamente un pomeriggio. <<La logica c'imporrebbe di credere che Elizabeth Bennet sia frutto della fantasia di Jane Austen, eppure, se qualcuno ce lo venisse a chiedere, noi sapremmo descrivere con più cura Elizabeth che non Jane; e allora, proprio secondo i canoni di quella stessa logica, chi delle due, alle orecchie dell'ignaro ascoltatore, parrebbe più reale?>>


Nota conclusiva:

Dunque, per il breve tempo in cui ci s'impiega a leggere una delle strane storie di Ed, è inevitabile che egli assuma un'identità propria, che io, come narratore e cronista delle sue azioni, non potrò mai avere. E questo proprio per quello strano scherzo, in virtù del quale io esisto proprio in funzione di tale ruolo di narratore-cronista, ma mai al di fuori di esso.

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categoria:memorie
lunedì, 02 febbraio 2009

Ancora una volta, Ed cercò qualcosa da dire, ma la sua mente era come svuotata di ogni parola.
Senza pensarci, quasi in risposta da una domanda inespressa, sollevò per una seconda volta gli occhi al cielo, ritrovandosi così a fissare non più una chiazza di cielo azzurro, ma bensì un'intera distesa piena di colori e sfumature che andavano dalle tinte del tramonto sino a quelle del primo mattino, mescolando tra di esse sprazzi del manto stellato della notte.
<<È davvero reale quello che vedo?>>
<<Perché non dovrebbe?>> fu la risposta di Robert.
Ed si concesse un timido sorriso, il primo da quando era arrivato lì.
<<Ma se quello che vedo è reale, tu come puoi dire di essere uscito questa mattina presto? Qui non può certo esserci un modo di misurare il tempo come un flusso continuo, o sbaglio?>>
Per tutta risposta, Robert gli indicò un'appendice della città rischiarata da un frammento di cielo mattutino.
<<Io abito lì, e lì è mattino presto a qualsiasi ora... più o meno. Ma hai ragione, non c'è modo per misurare il tempo, qui. Solo per comodità, alcuni sono rimasti legati a quell'incomprensibile strumento che è l'orologio. Motivo, questo, per cui sono rimasti in uso termini come ore e minuti.>>
Un vento leggero e carico del profumo di fiori di campo si sollevò da occidente, facendo frusciare l'erba alta che li circondava.
<<Accidenti!>> esclamò contrariato Robert. <<Abbiamo meno tempo del previsto. Sarà meglio muoversi.>>
Così dicendo, l'uomo prese ad avanzare verso una fila sbilenca di costruzioni, le quali si ergevano aggrappate le une alle altre sul confine orientale della città.
<<Che intendi dire con: abbiamo meno tempo del previsto?>> chiese Ed affiancandolo.
<<Proprio ciò che ho detto.>>
<<D'accordo, ma tempo per cosa?>>
Robert Louis Stevenson gli rivolse un sorriso ampio e amichevole, dopodiché disse: <<Lo vedrai con i tuoi stessi occhi.>>

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categoria:giornate perdute, nascosti in cittĂ 
venerdì, 05 dicembre 2008

All'alba, Ed si svegliò con il fragoroso rombo del silenzio nella testa e il sapore metallico del sangue sulla lingua. Con una certa difficoltà si tirò a sedere, digrignando i denti per le lame di dolore che gli trafiggevano il corpo da capo a piedi.
Dal lato opposto della stanza, lo specchio gli restituì uno scorcio impietoso delle proprie condizioni; il volto livido sfoggiava una profonda escoriazione sulla tempia, un labbro spaccato e una cupa lividura all'altezza del setto nasale.
E pensare che la sera prima sarebbe dovuta essere la grande sera, quella del suo debutto in società, quella delle eleganti maschere pazientemente indossate le une sulle altre, così da non dover mai mostrare l'io che vi si celava al disotto.
Insomma: la sera delle sere.
Eppure, a volte, le cose non vanno come si spera.
Forse era stata tutta colpa di quei sorrisi di ghiaccio, oppure delle parole affettate con le quali ci si rivolgeva gli uni agli altri, o ancora il palese distacco che si leggeva nei loro occhi. Una qualsiasi di queste motivazioni potrebbe essere quella giusta, così come potrebbero non esserlo; fatto sta che la misera maschera di Ed aveva ceduto. Appena un po', certo, ma quel tanto necessario a far scattare la violenza.
Nel gioco delle maschere, le più forti umiliano e abusano della più debole, e in questo caso, Ed era il debole.
La sua sincerità li aveva fatti infuriare; la sua semplicità li aveva offesi; la sua spontaneità li aveva umiliati nell'orgoglio. E per questo egli doveva pagare. Ma giacché non avrebbero potuto ledere in alcun modo l'essenza stessa della sua persona, le maschere avevano sfogato la propria rabbia e il proprio risentimento sul suo corpo.
Così, tra lacrime e sangue, Ed era stato la loro vittima.
Ma non era morto, giacché la sua morte sarebbe venuta solo molto tempo dopo...

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categoria:memorie
lunedì, 03 novembre 2008

Ed, hai mai notato come certe storie sembrano essere sempre esistite, quasi fossero scritte nel nostro DNA; oppure impresse nella memoria storica della nostra razza. Se sai ascoltare le trovi ovunque tu vada, solo raccontate ogni volta in modo diverso, con luoghi e protagonisti creati su misura per l'epoca e il momento in cui le si narra.
Eppure, aldilà di queste sottili, a volte insignificanti differenze, le storie sono sempre, inconfondibilmente le stesse...
Ci sono quelle che vanno dell'antico parente ritrovato al vecchio tesoro di famiglia smarrito; dalle mirabolanti avventure capitate durante un viaggio lontano al sogno premonitore; dalla fatiscente casa abitata dai fantasmi agli incontri con creature sovrannaturali, per non dire aliene.
Sono storie a loro modo archetipiche, che per qualche strana ragione non ci stanchiamo mai di ascoltare.
Perché mi dilungo così tanto su quest'argomento?
Vedi, qualche tempo addietro, o, ad essere precisi, nella Notte delle Streghe da poco trascorsa, passeggiavo per una Firenze avvolta dalla pioggia diretto non so bene dove, quando, senza alcun preavviso, fui fermato da uno sconosciuto che mi trasse sotto l'arco di un portoncino. Immediatamente fui investito da un forte puzzo di alcol e urina. Cercai di divincolarmi, ma l'altro aveva serrato le sue dita intorno al mio braccio e non sembrava intenzionato a lasciarmi andare. Facendo il possibile per dominare la paura cominciai a snocciolare minacce e improperi, ma ancora una volta l'altro non diede segno alcuno di volermi liberare. Poi, proprio quando ero sul punto di gridare aiuto, la sua voce, bassa e roca, mi raggiunse dicendo:
<<Lui mi fissa ogni giorno, ogni settimana, ogni mese senza interruzione. E tutto solo perché l'ho sentito piangere. Ma quale colpa ne ho io? La mia finestra si affaccia proprio davanti a Lui, e non certo per mia scelta.
<<Vorrei solo che mi lasciasse in pace, ma già so che ciò non accadrà. Questa notte il mio tempo è finito. È trascorso un anno, e prima dell'alba Lui verrà a prendermi.>>
A questo punto lo sconosciuto cominciò a piangere, dapprima sommessamente, poi con singhiozzi sempre più forti e convulsi. Tutto ciò lo portò ad allentare la presa sul mio braccio. Io, che per tutto il tempo non avevo fatto altro che sperare in una simile occasione, non attesi oltre e spingendolo via mi diedi subito alla fuga.
Ovviamente raccontai l'accaduto a diversi conoscenti, ma solo a te, Ed, sto per dire tutta la verità.
Tanto per cominciare devi sapere che nessuno diede particolarmente peso alla cosa, neppure io che l'avevo vissuta, infatti, la reputavo molto più che una semplice avventura adatta a riderci su. Certo è, però, che quella stessa notte, una volta rincasato, le parole dello sconosciuto miste alla sua disperazione mi avevano lasciato quantomai scosso. Nel mettermi a letto mi scoprii in più di un'occasione a tendere l'orecchio alle tenebre dell'appartamentino, il fiato trattenuto in attesa di percepire un suono in particolare.
Sì, temevo e, per quanto strano a dirsi, speravo di sentire quel pianto di cui mi aveva parlato lo sconosciuto.
Ma aspetta, lasciami finire.
Dicevo che mi ero ficcato sotto le coperte. Ebbene, la notte, malgrado le mie aspettative e i miei timori, trascorse tranquilla. Al mattino, la luce del giorno cancellò in un sol colpo le mie paure, schernendole sotto i caldi raggi del sole.
Alla fine la vicenda divenne, come ti ho poc'anzi accennato, solo qualcosa da raccontare ad amici e conoscenti. Fu solo verso la fine della seconda settimana del mese di novembre, in un momento del tutto insignificante della giornata, che lessi su un quotidiano del ritrovamento nella palazzina all'incrocio tra via di Mezzo e via dei Pepi, di un cadavere in principio di decomposizione.
Da principio la notizia non mi colpì più di tanto, poi un ricordo nebuloso si fece largo nella mia mente.
Quello era il luogo dove avevo incontrato lo sconosciuto la Notte delle Streghe!
Senza attendere un secondo di più attraversai di corsa la città, il cuore che pompava come un mantice nel mio petto. Raggiunsi l'incrocio poco prima che il sole calasse, giusto in tempo per vedere, sotto la luce rossastra del crepuscolo, un piccolo volto di bambino in roccia scura sporgere in alto dall'intonaco del palazzo...

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categoria:giornate autoconclusive
mercoledì, 15 ottobre 2008
Nella stanza c'è uno strano odore, come di fiori secchi e vaniglia. L'aria è tiepida, appena smossa da uno spiffero che scivola dentro da sotto la porta maltagliata. Dall'esterno giunge l'ovattato rumore di qualche automobile solitaria.
   E' notte ormai.
   La luce di una lampada si riversa su di un vecchio monitor decorato da adesivi fluorescenti e scritte fatte con pennarelli colorati. La spia giallo verdastra segnala che tutto è acceso e in funzione. Il cursore del mouse a forma di freccia è fermo all'altezza di una riga scritta in grassetto.
   Forse, a strizzare gli occhi si potrebbe quasi leggere qualcosa, ma cosa?
   ...
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categoria:
lunedì, 13 ottobre 2008

Ovviamente, quando si parla di buche e gente che ci finisce dentro per qualche sorprendente motivazione, è facile che la nostra mente vada a ripescare quella famosa Alice caduta appunto nella tana, che tana poi tanto non era, del bislacco Bianconiglio.
A onor del vero, bisogna far presente che persino ad Ed venne in mente Alice. Ma mentre per la nota madrina delle storie fantastiche ci fu una comoda caduta, per l'ormai defunto protagonista di questa storia, invece, fu un più che scomodo sfaldarsi e scomporsi, attraversare strati di terra, roccia, e quant'altro, e, in fine, un riemergere scombussolato su di un verde prato circondato da sottili alberi rivestiti dei colori dell'autunno.
<<Ma dove sono finito?>>
La domanda Ed la pose più a se stesso e all'aria che non a qualcuno in particolare. Il caso volle, però, che ci fosse qualcuno li accanto, un uomo dall'aspetto fragile, con baffi sottili e occhi luminosi e intelligenti.
<<Sei proprio dove ti trovavi prima>> gli rispose questi.
<<No,>> disse Ed ancora confuso, <<prima ero...>>
Qualcosa si accese nella mente del giovane, il quale abbassò immediatamente lo sguardo dal cielo chiazzato di spumose nuvole color latte all'uomo in piedi accanto a lui.
<<E lei da dove è uscito?>> chiese Ed oltremodo sorpreso.
<<Da nessuna parte, o meglio, sono uscito da casa mia e di mia moglie, ma questo è accaduto la mattina presto, oltre tre ore fa.>>
Ed gli rivolse un'occhiata interrogativa. <<Mi sta forse prendendo in giro? Un istante fa ero in mezzo alla strada, prossimo come non mai a fare la conoscenza della vernice sbiadita di un grosso furgone. Ora, invece, sono... sono... ma dove sono?>>
Nel vedere l'espressione confusa del ragazzo, l'uomo non poté trattenere una risata.
<<Perdonami, non volevo essere sgarbato, eppure mi hanno raccontato cose talmente strabilianti sul tuo conto che non credevo proprio ti avrebbe sorpreso finire qui.>>
A quel punto Ed fece per replicare, ma non gli venne nulla da dire.
<<Allora,>> riprese l'uomo, <<Tanto per cominciare lascia che mi presenti: il mio nome è Robert Louis Stevenson, e quella in cui ti trovi è Ogniluogotuttiinunavolta. La città delle città, costruita sul confine del tempo e dello spazio, della vita e della morte. Qui tutto ciò che è esistito nel tempo, che è stato immaginato, sognato, inventato, coesiste in un momento che dura da tutta l'eternità.>>

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categoria:giornate perdute, nascosti in cittĂ 
martedì, 07 ottobre 2008

Accompagnato dal freddo abbraccio delle prime propaggini d'autunno, Ed seguì dal marciapiede il pigro traffico dell'ora di pranzo, la mente raccolta su se stessa e lo sguardo perso nel vuoto. Di quando in quando, le imprecazioni degli automobilisti lo raggiungevano attraverso il muro di clacson percossi con furia e il borbottio nervoso dei motori, i quali, quasi a voler dar sfogo alla loro disapprovazione per chissà quale argomento, continuavano senza sosta a sputacchiare molli nuvole di gas scuro e maleodorante.
<<Dannazione!>>
Sollevando la testa, Ed vide un ometto dal colletto delle camicia slacciato scendere con rabbia dalla propria macchina e prendere furiosamente a calci qualcosa pochi passi più avanti. Dopo diversi colpi e ripetute bestemmie, l'uomo fece rotolare per la strada un largo pezzo d'asfalto scuro.
<<Questa maledetta città sta cadendo a pezzi!>>
Detto questo, senza smetterla di digrignare i denti, l'ometto tornò al posto di guida e partì lasciando dietro di sé una scia di fumo grigiastro.
Non appena il veicolo fu svanito tra gli edifici, Ed portò la sua attenzione sul pezzo di asfalto che era andato a fermarsi vicino al marciapiede. Poco distante, un'ampia buca si apriva nel manto della pavimentazione stradale, circondata da altre della stessa grandezza, o poco meno. Aggrottando le sopracciglia con fare pensieroso, Ed fece allora scorrere il proprio sguardo in su e in giù lungo la via, stimando un quantitativo di fossi di dimensioni più o meno rilevanti per un numero non lontano dal centinaio. E questo solo sul segmento di strada che riusciva a vedere. Procedendo, infatti, il rapporto di buche per metro quadro saliva in maniera a dir poco impressionante.
Possibile che la città stesse davvero andando in pezzi?

Incapace di controllare la propria curiosità, a rischio della sua stessa incolumità fisica, Ed scese dal marciapiede e si avvicinò alla buca a lui più prossima. Nel mentre, gli automobilisti intorno a lui gli gridavano di fare attenzione, riempiendo l'aria di colorate imprecazioni e sfrenate urla di clacson. Ed, però, non prestò loro il benché minimo ascolto, e sempre più incuriosito, si abbassò sull'ampia apertura nell'asfalto. I suoi occhi frugarono ogni anfratto e sporgenza, leggendovi dentro un misterioso disegno spiraliforme che lo trascinò vertiginosamente verso il basso, per poi andarsi a fermare bruscamente sul fondo della buca
A quel punto accaddero diverse cose in rapida successione. La prima fu che un grosso furgone appena immessosi sulla strada, si ritrovò costretto dal flusso del traffico a puntare direttamente verso Ed. La seconda, invece, vide un quantomai sorpreso Ed sollevare uno sguardo sul suddetto furgone, il cui conducente, compresa l'impossibilità di poter frenare per tempo, si era gettato con tutta la sua forza sul clacson. In fine, per quello che potremmo definire un battito di ciglia prima dell'impatto, una pallida mano sbucata fuori dal fosso, afferrò senza troppa delicatezza Ed e lo trascinò via dalla strada, dentro la buca.

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categoria:giornate perdute, nascosti in cittĂ 
lunedì, 29 settembre 2008
Lentamente scorro le pagine, assaporando con calma il lieve fruscio della carta sotto le mie dita sporche di acrilico e chine. Gli occhi frugano gli oceani di piccole parole che si susseguono, fino a intercettare quella che stavo cercando.

ed /ed/ . V. e (2).

Una smorfia di disappunto mi si dipinge sul volto, mentre piano richiudo il voluminoso dizionario.
Possibile che sia davvero solo una congiunzione?
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categoria:brevi estratti
sabato, 13 settembre 2008

<<Negli ultimi anni della sua vita, lei che era stata così radiosa, cominciò lentamente a rinchiudersi sempre più in se stessa, rifuggendo sistematicamente dalla compagnia di chiunque.>>

Un nuovo accesso di tosse spezzò il racconto dell'uomo. Ed attese pazientemente che questi si riprendesse, poi chiese:

<<Lei però le è rimasta accanto, o mi sbaglio?>>

<<Non ti sbagli, ragazzo>> rispose l'altro piano.

Ed non disse nulla. La sua era stata una domanda sciocca, ma per qualche strana ragione doveva sincerarsi che chiunque fosse la donna di cui stava ascoltando la storia, non fosse morta da sola.

Quasi gli avesse letto nel pensiero, l'uomo riprese dicendo: <<Non commettere però l'errore di pensare che la mia sola presenza, lì al suo capezzale, fosse per lei di qualche conforto. Nulla al mondo mi avrebbe reso più lieto che sapere una cosa simile. Eppure, la verità è ben amara in talune circostanze.

<<Io fui scelto per un beffardo scherzo del destino, che non invece per sua espressa volontà. La raggiunsi una sera, certo che dopo averla tanto corteggiata non mi si sarebbe negata. Lei era stesa sul letto, avvolta da lenzuola del colore dei fiori di pesco, i capelli lunghi sparsi come una corona bruna sul cuscino. Per un attimo ebbi difficoltà a riconoscerla. Cercai di convincermi che i miei occhi mi stavano ingannando, ma no, non c'erano dubbi. L'amavo troppo per poterla confondere con un'altra. Per tutta la vita non avevo fatto altro che pensare a lei, e ora, per colpa della crudeltà umana, la stavo perdendo ancor prima di poter assaporare con lei quel sentimento tanto agognato dagli amanti e dagli sdolcinati romantici...>>

Dopo l'ennesima interruzione, l'uomo raccontò con voce stanca le ultime notti di quella triste creatura. Le loro conversazioni, i loro ricordi, amori e fantasie. E in fine, descrisse il suo lento deperire; lo strano miscuglio di ansia e paura che la tormentavano nei brevi momenti di sonno.

<<Fu proprio in uno di questi strani episodi in cui la sua coscienza si trovava a cavallo tra il mondo onirico e quello reale, che mi parlò di te.>>

Ed si sentì improvvisamente a disagio. Era davvero lui il destinatario di quella triste storia?

<<Sai, lo ricordo come se fosse accaduto non più tardi di ieri. Le sue labbra avevano cominciato a muoversi, ma senza produrre alcun suono. Io allora mi accostai al suo volto, trattenendo il fiato per paura di non cogliere le deboli parole che stava lentamente articolando.>>

<<Cose vi stava dicendo?>> domando Ed.

<<Mi stava chiamando. Io le dissi che ero ancora lì, che non l'avrei mai abbandonata. Lei mi rispose che ad andarsene sarebbe stata lei, ma non prima che io le avessi promesso di esaudire il suo ultimo desiderio. Giurai, senza esitare un attimo. A quel punto un sorriso le affiorò alle labbra ormai esangui, dopodiché disse: “Presto sarò morta, questo, di per sé, non mi importa. Voglio però che tu trovi il modo di contattare una persona. L'ho attesa a lungo, ma per qualche strana ragione, il fato ha voluto che le nostre vite non s'intrecciassero mai. Sé mai riuscirai lì dove io ho fallito, digli che l'ho aspettato fin quando ho potuto, ed ora che morirò lo attenderò ancora e per sempre.”>>

Quando la voce dell'uomo si spense, le parole che aveva pronunciato rimasero aggrappate alla cornetta del telefono, riecheggiando nella testa di Ed come il suono del mare che lambisce la spiaggia.

<<Ti prego,>> disse Ed alla fine, <<dimmi il suo nome.>>

<<Lo conosci già, ragazzo. È sulle labbra di ciascuno di noi. È ciò che ci fa affrontare le ombre della vita, e le paure di ciò che ci attende oltre essa... Il suo nome era Speranza.>>

Ed sentì qualcosa nascere e morire dentro il suo corpo, proprio all'altezza dello stomaco; poi un singhiozzo gli sfuggì dalle labbra, immediatamente accompagnato da una singola, bruciante lacrima.

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categoria:storia di una morte inevitabile